Testo critico di Francesca Bacci

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“Ri-svegli”, le ha chiamate l’artista, perchè il destarsi è un rito di passaggio, segna un ennesimo ritorno di coscienza all’interno di una dimensione – onirica, fantastica, reale, immaginaria, ricordata, evocata o surreale poco importa – il cui confine è labile, la cui percezione si perde in quella zona di libertà vigilata, alla soglia tra il sonno e la veglia, dove volontà e desiderio non si sono ancora ben spartiti il territorio.

Questi visi spingono per venire fuori, perchè la loro visibilità -resa labile dai riflessi cangianti del lustro ceramico- conferisce un’inequivocabile esistenza. C’è, sotteso al produrli, un inconscio ricordo della nascita. Le crete crude premute sul volto esigono l’assenza di respiro, per poco, ma per quanto basta a far sentire il vuoto vicino, il nulla che può prenderci all’improvviso, o rilasciarci vivi e ansimanti al di là dello stretto e buio canale del parto. Emozionano perchè colti in flagrante corso di figurazione, prima che possano dileguarsi completamente nell’apparente razionalità del quotidiano. E, come i sogni, non si possiedono mai completamente con lo sguardo, nel loro cambiare con la luce presentano una inesauribilità visiva che li rende talismani dell’innafferrabile.

 

Molti i riferimenti culturali da associare a queste sculture poli-significanti: dai soldati dell’esercito di terracotta dell’imperatore Qin Shihuangdi alle sculture di Brancusi (per l’eleganza formale e le infinite differenze declinate all’interno della ripetizione di una forma perfetta), dalle maschere funerarie della tradizione egiziana a quelle Nō del teatro giapponese (per la neutralità dell’espressione, che assume una connotazione emotiva sempre diversa con il variare della luce). Con queste ultime, in particolare, i lustri condividono un’ulteriore, fondamentale, caratteristica: l’abilità di rappresentare delle divinità ultraterrene, di incarnare una forma del sacro, il punto di incontro tra il tempo del mito e quello della storia, nella dimensione orizzontale e infinita dello spazio terreno.

 

Ci sono significati che l’artista pensa, incorpora, evoca. Altri che si generano con la forma, indissolubili. In queste maschere i simboli si aggrumano, densi, come agglomerati di metallo sulla lava incandescente – e dei metalli, infatti, ossalato e nitrato d’argento, ossido di rame e solfuri del lustro ceramico dell’antica Deruta, queste maschere si fregiano, temprandosi al fuoco dei forni per creare cromie irripetibili.

 

“LE FEDERE”

L’albergo come un luogo di sogni belli, dove reinventare se stessi e lasciare il vecchio io sulla soglia. Un luogo neutro, dove di sempre diverso c’è solo colui che lo occupa. Uno scenario che permette lo svolgersi di mille trame – quelle, appunto, dei sogni. Se poi il sognatore appartiene al mondo dell’arte già in veglia (come accade spesso in questo luogo, che accoglie regolarmente gli ospiti del Mart) l’attività onirica diventa sinergia creativa, visione metafisica,  opera.

Sulle federe usate dall’albergo, Ceccobelli ha impresso la traccia dei volti dormienti dei suoi clienti. Il viso come matrice di stampa, che non può dare origine a un multiplo perchè mobile, dall’espressività mutevole e irripetibile – e perchè l’artista ha rilavorato, a pennello, ciascuna di queste fisionomie oniriche. Ognuna di queste impressioni vive con coerenza una doppia identità: quella di ritratto, in quanto viso altamente specifico di una certa persona colta in un preciso -e intimo- momento della sua vita, e quella di simbolo universalmente valido di essere umano che si abbandona al sogno.

Del sogno, appunto, in cui la nostra attività cerebrale è più vera perchè non inibita, rimane una sindone laica, misteriosa e suggestiva: l’impronta alchemica di uno stato di creatività pura, che l’artista trasforma in simbolo grazie a sapienti interventi ad acquarello volti a comunicare le misteriose fattezze dell’onirico.

Per accedere a questo territorio è necessario accettare di perdere il controllo di sè, della nostra parte cognitivo-razionale. Solo allora, in uno stato di coscienza alterato, si manifestano simboli, associazioni ed esperienze multisensoriali che si stratificano a rivelarci uno strato profondo del sè che raramente viene liberato. Analogamente a quanto scrisse André Breton nel definire il Surrealismo, quest’ultimo, come il sogno, è “un automatismo psichico puro” che esprime “il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione” (André Breton, 1924).

A raccogliere, come testimone, questi fenomeni dell’inconscio, c’è l’artista-sciamano, che veicola attraverso i colori i messaggi degli io dormienti, e li rappresenta nel loro accadere. Di questi percorsi notturni rimane una traccia indelebile, quasi una mappa, che serve a convincere chi è sveglio che il viaggio dell’entronauta si è davvero compiuto, che la via può essere ritrovata.

 

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